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Abo Robeih Tarif, dalla guerra in Siria alla guerra in Italia

Per comprendere la storia che stiamo per raccontare, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e posare lo sguardo sulla Siria: culla delle antiche civiltà, mosaico di culture mediterranee e confessioni. Posto di mare e deserto, tappeti e incensi, qanun e note pizzicate al vento che sospende il fiato. Qui, tra il 2011 e il 2024, un conflitto che ha coinvolto molteplici gruppi armati ha spezzato città e famiglie. Damasco è caduta, le forze ribelli guidate da Abu Muhammad al-Jawlani hanno preso il controllo, mentre Al-Assad, dopo decenni di potere, è fuggito in esilio. Al-Jawlani si è proclamato presidente de facto, ereditando un paese devastato, diviso tra gruppi estremisti e pressioni esterne.

La popolazione è rimasta coinvolta o schiacciata dal conflitto, come spesso accade. Chiunque era dissidente da qualcosa, ribelle da qualcos’altro. Fame e disperazione sullo sfondo. Un cielo a piangere detenzioni arbitrarie, torture e crimini di guerra e un perenne fiume di sangue a confondersi con la sabbia del deserto.

Abo Robei Tarif, nasce qui. Classe 1993, corporatura asciutta, capelli che cadono sulle spalle, un sorriso che stringe tra i denti un segreto che sanno in molti e gli occhi socchiusi di chi ha visto troppo per poterlo sopportare da solo.

Una cronaca giudiziaria di un’Europa allarmata, di anni difficili per tutto il mediterraneo, un errore costato anni di detenzione a qualcuno che sarebbe stato, dopo anni, assolto. Un terrore generalizzato che, in quegli anni, è stato motivo di generalizzazioni, traduzioni, sintesi, discriminazioni.

Tarif lascia la Siria per dirigersi verso la Turchia, dopo un periodo sulle alture, tra le milizie dissidenti del governo. Dopo qualche tempo riesce ad entrare in Turchia. Ancora minorenne viene ingaggiato da un armatore turco su una nave mercantile e, senza capire come, si ritrova su un peschereccio diretto in Europa, in Italia. Siamo oramai nel 2014 e ha appena compiuto 19 anni.

All’arrivo viene subito identificato e accusato del reato di scafismo e favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Poche risorse per accedere alla giustizia come sarebbe stato necessario per difendersi. Impara l’italiano in carcere. Nel frattempo i suoi effetti personali vengono scrutati attentamente. Social media, chat, gruppo del calcetto, galleria.

“Sembri uno del Jhabat”

Questa, insieme alle foto alle prese con l’esercito dissidente, hanno determinato un’accusa per associazione con finalità di terrorismo internazionale e una gogna mediatica di cui paga ancora oggi un prezzo enorme.

(Il jhabat al nusra – che non è l’esercito con il quale Tarif è rimasto nascosto per varcare il confine della Turchia - è stato un movimento siriano di ribelli, spalleggiato dal Al Qaeda fino al 2017, quando i rapporti con il movimento terroristico si sono interrotti, formando Jabhat Fath al-sham e successivamente e definitivamente Hayat Tahrir al- Sham (HTS), una colazione ribelle guidata da Al-Jawlani, odierno capo del governo di transizione. )

Alla scarcerazione per il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina per buona condotta, viene ricondotto in carcere con l’accusa più infamante di tutte: quella di volersi far esplodere in Europa nel nome di un Dio che pare essersi dimenticato di lui.

Tarif quindi viene detenuto per altri anni, in Calabria, in isolamento, fino a quando il procedimento non si esaurisce. La Corte di Appello lo assolve, il PM impugna la sentenza, la Cassazione rinvia in Appello chiedendo di articolare meglio la sentenza: assolto, di nuovo. È un uomo libero.

L’accusa era fondata su una frase scritta in una chat tra amici, reinterpretata come “Sembri già uno del Jhabat”. Si è speculato su una sua affiliazione ad un gruppo armato, allora considerato terrorista, che oggi è a capo di uno Stato; su un’ipotetica istruzione militare; si è voluto credere che pregare in carcere volesse dire fare proselitismo; si è voluto credere che un ragazzo di allora 23 anni, sognando un futuro migliore, potesse essere un pericolo per il mondo. Tarif non è mai stato un sostenitore di Al-Qaeda. Non lo era allora, non lo è adesso. Non crede che il totalitarismo sia la soluzione. Non crede che uno stato islamico, fondato sulle leggi coraniche, sia una buona soluzione. Non è appassionato di politica. È un ragazzo cresciuto in un contesto di conflitti armati che, giovanissimo, ha approfittato del nascondiglio strategico di un gruppo di miliziani per fuggire in Turchia. È un uomo che, da ragazzo, ha provato in tutti i modi a salvarsi la vita, come faremmo in molti. D’altronde le idee machiavelliche nascono in Italia!

“Andiamo in Europa e ci prendiamo una laurea lì: lavoriamo, impariamo un mestiere e torniamo a casa. Inshallah (Se Dio vuole)”

Sono queste invece, le frasi che la Corte di Appello di Catanzaro ha preso in considerazione. Un sogno, una programmazione, la progettazione di un futuro. Uno sguardo incontrato dietro un muro di pregiudizi, di paura e, sebbene fosse necessario scavare nel dubbio di una minaccia per la sicurezza internazionale, qualcuno ha buttato i migliori anni della sua vita all’interno di strutture detentive, nelle condizioni più difficili per l’animo umano, senza contatti esterni veri, senza mai ricevere un conforto autentico.

“Si desume, dunque, agevolmente come il giovane siriano abbia il desiderio, legittimo e comune a molti suoi coetanei nativi di Paesi difficili e belligeranti, di completare i suoi studi in uno Stato libero, che gli garantisca una buona formazione (lì la qualità di studio è migliore (....) E la laurea è forte"), e, soprattutto, in un clima di pace, volendo cogliere opportunità cui un ragazzo della sua età ha diritto e che gli sono negate nel suo Paese, a cui peraltro è legato e nel quale intende fare ritorno (…) Non è emerso poi alcun elemento da cui possa desumersi che l'imputato abbia svolto attività di proselitismo e/o propaganda in favore di gruppi terroristici. Contrariamente a quanto prospettato dal P.M. appellante, infatti, dalla sola circostanza che l'imputato detenesse un computer portatile non può inferirsi lo scopo di propaganda terroristica, attesa la diffusone di tale strumento.”

Alla sua assoluzione tenta di raggiungere il fratello in Olanda (piano originario), secondo il Pm partner dell’ipotetico piano di farsi saltare in aria, ma mai coinvolto direttamente in nessun processo. A causa delle leggi vigenti in Europa, che regolano il diritto di protezione internazionale e più in generale l’immigrazione, ha dovuto far ritorno in Italia, dove ha raggiunto i suoi cugini, già a Nettuno da decenni. Gli rilasciano un permesso di soggiorno per protezione speciale e inizia la sua vita adulta qui, nella nostra ridente città di mare.

Tarif comprende. “In quegli anni eravamo considerati pericolosi” – “Era destino” – “Tutto sommato non avevo fatto nulla, io lo sapevo e loro pure” – “Sono stati anni duri e difficili, adesso voglio solo rivedere mia madre e mio padre”

Oggi ha ottenuto un permesso di soggiorno decennale.

Nettuno, per qualcuno, ha rappresentato l’inizio di un nuovo capitolo. Con il suo asfalto rovinato, le sue contraddizioni e i suoi tumulti. Senza accorgercene abbiamo accolto una storia, una vita, lontani dalla consapevolezza di una cronaca sconvolgente.

La cittadinanza è lontana, forse non arriverà mai, ma nel cuore Nettuno ha un cittadino in più che per un lungo periodo della sua vita non ha potuto permettersi di sognare una vita migliore, un cittadino al quale è stato imputato il peggiore dei reati per avere un computer nella borsa, un sogno nelle tasche e che si è concesso il lusso di scherzare in un contesto orrendamente inimmaginabile.

Era necessario indagare? Forse sì!

Era giusto privarlo per anni della libertà? È una domanda che resta aperta

 

 

 


Eye-level view of a park bench in an urban setting
Eye-level view of a park bench in an urban setting


 
 
 

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